giovedì 15 ottobre 2015

in contro a Leonard e Virginia


« Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n'è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. »

Virginia ,28 marzo 1941

 

 
 

«Credo che questo suo modo di essere fosse in stretto rapporto con quella sua vena che io chiamo genio: nel bel mezzo di una conversazione, da un momento all’altro, Virginia poteva “staccarsi da terra”, come dicevo io. Era una conversatrice straordinariamente divertente, certamente fuori dal comune; aveva un’intelligenza pronta, arguta, spiritosa; sapeva essere seria o frivola secondo l’occasione e l’argomento. Ma in qualsiasi momento, sia che stesse conversando con cinque o sei persone sia che fossimo noi soli, all’improvviso poteva “staccarsi da terra” e avventurarsi in qualche descrizione fantastica, incantevole, divertente, sognante, quasi lirica, di un evento, di un luogo o di una persona. Ogni volta faceva pensare a una sorgente che riprende a zampillare dopo le prime piogge d’autunno. I comuni processi mentali si arrestano, e al loro posto cominciano a sgorgare le acque della creatività e dell’immaginazione che, quasi spontaneamente lei e i suoi ascoltatori in un altro mondo. A differenza di molti altri oratori, per quanto bravi o brillanti, Virginia non annoiava mai, perché le sue esibizioni – ed esibizioni è un termine che mal si adatta alla loro spontaneità – erano sempre di breve durata

Quando si levava in volo con una di queste fantasie, Virginia era chiaramente sorretta da una specie di ispirazione. Pensieri e immagini nascevano da soli, senza che lei li guidasse e li controllasse coscientemente come era solita fare in una normale conversazione e come fa sempre la maggior parte di noi»

Leonard

 

Martedì, 23 febbraio 1926

«Sono sbattuta come una vecchia bandiera dal mio romanzo: Gita al faro. Credo valga la pena di dire, per mio personale interesse, che finalmente, finalmente, dopo quella battaglia che è stata Jacob’s Room, e quell’agonia – tutta un’agonia salvo la fine – che è stata Mrs. Dalloway, ora io scrivo altrettanto rapida e libera quanto ho potuto scrivere in tutta la mia vita; più – venti volte più – che in ogni mio romanzo finora. Credo sia la prova che mi trovo sul sentiero giusto; e che, quale sia il frutto che pende dalla mia anima, per quel sentiero lo raggiungerò. È divertente: ora invento teorie che la fertilità e la fluidità sono quello che ci vuole: un tempo rivendicavo una sorta di lucido sforzo. Comunque, vado avanti tutta la mattina: e mi ci vuole una fatica del diavolo per non fustigarmi il cervello anche tutto il pomeriggio. Ci vivo dentro, e risalgo alla superficie piuttosto oscuramente, spesso incapace di pensare a quel che debbo dire mentre passeggiamo intorno alla piazza, ciò che è male, lo so. Potrebbe essere buon segno per il libro, però. Naturalmente questo libro lo conosco bene: ma è stato così per tutti i miei libri. È che sento di poter buttare fuori tutto, ora; e “tutto” è un affollarsi, un peso, una confusione mentale.»

Virginia

 

 

«Soggiornammo a St. Ives e nella baia di Carbis per tre settimane, alloggiando in pensioni. Fu per certi aspetti esasperante: Virginia non si era ancora completamente ristabilita, gli estranei la innervosivano, le sue allucinazioni minacciavano di riaffiorare, il mangiare e il dormire continuavano a costituire un problema. Ma la Cornovaglia e St. Ives esercitavano su di lei come su tutta la sua famiglia un fascino nostalgico. Era il fascino dell’infanzia che può dare ai luoghi e ai ricordi uno splendore e una gloria che non sbiadisce, anche quando l’età ha distrutto ogni altra illusione. Ogni estate, quando Virginia era bambina, la sua famiglia si trasferiva a Talland House, a St. Ives, e il tempo trascorso laggiù rimase impresso nella sua memoria come una serie di giorni estivi di intatta felicità. Gita al faro è immerso nella luce di questa felicità, e ogni volta che Virginia tornava in Cornovaglia, ne riscattava un po’.»

Leonard

 


 
  

«L'aspetto individuale, ciò che ci rende riconoscibili, in verità è un fatto puerile. Al di sotto, tutto è buio, deformato, insondabilmente profondo; ogni tanto riaffioriamo in superficie, e così veniamo riconosciuti».

Virginia

 


  

La mia vita con Virginia

Leonard Woolf

 
 
Diario di una scrittrice

Virginia Woolf

 

Gita al Faro

Virginia Woolf