« Carissimo,
sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un
altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire
voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa
migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in
ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due
persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa
terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita,
che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco
neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio
dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente
paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se
qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n'è andato da me
tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita.
Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo
stati noi. »
Virginia ,28 marzo 1941
«Credo che questo suo modo di essere
fosse in stretto rapporto con quella sua vena che io chiamo genio: nel bel
mezzo di una conversazione, da un momento all’altro, Virginia poteva “staccarsi
da terra”, come dicevo io. Era una conversatrice straordinariamente divertente,
certamente fuori dal comune; aveva un’intelligenza pronta, arguta, spiritosa;
sapeva essere seria o frivola secondo l’occasione e l’argomento. Ma in
qualsiasi momento, sia che stesse conversando con cinque o sei persone sia che
fossimo noi soli, all’improvviso poteva “staccarsi da terra” e avventurarsi in
qualche descrizione fantastica, incantevole, divertente, sognante, quasi lirica,
di un evento, di un luogo o di una persona. Ogni volta faceva pensare a una
sorgente che riprende a zampillare dopo le prime piogge d’autunno. I comuni
processi mentali si arrestano, e al loro posto cominciano a sgorgare le acque
della creatività e dell’immaginazione che, quasi spontaneamente lei e i suoi
ascoltatori in un altro mondo. A differenza di molti altri oratori, per quanto
bravi o brillanti, Virginia non annoiava mai, perché le sue esibizioni – ed
esibizioni è un termine che mal si adatta alla loro spontaneità – erano sempre
di breve durata
Quando si levava in volo con una di
queste fantasie, Virginia era chiaramente sorretta da una specie di
ispirazione. Pensieri e immagini nascevano da soli, senza che lei li guidasse e
li controllasse coscientemente come era solita fare in una normale
conversazione e come fa sempre la maggior parte di noi»
Leonard
Martedì, 23 febbraio 1926
«Sono sbattuta come una vecchia bandiera dal mio romanzo: Gita al faro. Credo valga la pena di
dire, per mio personale interesse, che finalmente, finalmente, dopo quella
battaglia che è stata Jacob’s Room, e
quell’agonia – tutta un’agonia salvo la fine – che è stata Mrs. Dalloway, ora io scrivo altrettanto rapida e libera quanto ho
potuto scrivere in tutta la mia vita; più – venti volte più – che in ogni mio
romanzo finora. Credo sia la prova che mi trovo sul sentiero giusto; e che,
quale sia il frutto che pende dalla mia anima, per quel sentiero lo
raggiungerò. È divertente: ora invento teorie che la fertilità e la fluidità
sono quello che ci vuole: un tempo rivendicavo una sorta di lucido sforzo.
Comunque, vado avanti tutta la mattina: e mi ci vuole una fatica del diavolo
per non fustigarmi il cervello anche tutto il pomeriggio. Ci vivo dentro, e
risalgo alla superficie piuttosto oscuramente, spesso incapace di pensare a
quel che debbo dire mentre passeggiamo intorno alla piazza, ciò che è male, lo
so. Potrebbe essere buon segno per il libro, però. Naturalmente questo libro lo
conosco bene: ma è stato così per tutti i miei libri. È che sento di poter
buttare fuori tutto, ora; e “tutto” è un affollarsi, un peso, una confusione
mentale.»
Virginia
«Soggiornammo a
St. Ives e nella baia di Carbis per tre settimane, alloggiando in pensioni. Fu
per certi aspetti esasperante: Virginia non si era ancora completamente
ristabilita, gli estranei la innervosivano, le sue allucinazioni minacciavano
di riaffiorare, il mangiare e il dormire continuavano a costituire un problema.
Ma la Cornovaglia e St. Ives esercitavano su di lei come su tutta la sua
famiglia un fascino nostalgico. Era il fascino dell’infanzia che può dare ai
luoghi e ai ricordi uno splendore e una gloria che non sbiadisce, anche quando
l’età ha distrutto ogni altra illusione. Ogni estate, quando Virginia era
bambina, la sua famiglia si trasferiva a Talland House, a St. Ives, e il tempo
trascorso laggiù rimase impresso nella sua memoria come una serie di giorni
estivi di intatta felicità. Gita al faro
è immerso nella luce di questa felicità, e ogni volta che Virginia tornava in
Cornovaglia, ne riscattava un po’.»
Leonard
«L'aspetto individuale, ciò che ci rende riconoscibili, in
verità è un fatto puerile. Al di sotto, tutto è buio, deformato,
insondabilmente profondo; ogni tanto riaffioriamo in superficie, e così veniamo
riconosciuti».
Virginia
La mia vita con
Virginia
Leonard Woolf
Diario
di una scrittrice
Virginia Woolf
Gita
al Faro
Virginia Woolf
